[tratto da Io sono Malala]

 

Io giocavo sempre nel cortile della scuola. Papà racconta che, quando ancora non sapevo parlar bene, a volte caracollavo in un’aula e mi mettevo a declamare come se fossi stata io la maestra. Le insegnanti, come la signorina Ulfat, mi prendevano in braccio e mi tenevano per un po’ sulle ginocchia, come un animaletto domestico, oppure mi portavano a casa loro per un po’.

Già a tre o quattro anni fui messa in una classe di bambini più grandi, e me ne stavo lì, meravigliata, ad ascoltare qualsiasi cosa. A volte gesticolavo imitando le maestre. Si può dire che io sia cresciuta a scuola. Come mio padre aveva già scoperto con Naim, non è facile essere a un tempo amici e soci in affari. Ad un certo punto Hidayatullah se ne andò per fondare una propria scuola, e i due si divisero gli alunni prendendo ciascuno due classi.

Ma non dissero niente a nessuno, così la gente avrebbe pensato che la scuola andava talmente bene da aver bisogno di due sedi distinte. Mio padre e il suo ex socio a quel tempo non si parlavano neppure, ma Hidayatullah sentiva la mia mancanza e spesso veniva a trovarmi. Fu durante una delle sue visite, un pomeriggio del settembre 2001, che vidi intorno a me una grande agitazione.

Alcune persone arrivarono di corsa e dissero che a New York c’era stato un attacco devastante, con due aerei di linea che si erano scagliati contro due grattacieli. Io avevo solo quattro anni, ed ero troppo piccola per capire. Ma anche per gli adulti era una cosa difficile da immaginare: nello Swat gli edifici più alti sono gli ospedali e gli alberghi, che hanno due o tre piani.

Sembrava un evento molto lontano da noi. Io non sapevo neppure dove fosse New York e l’America. La scuola era il mio mondo, e il mio mondo era la scuola. In quel momento non ci rendevamo conto che l’11 settembre avrebbe cambiato per sempre anche il nostro mondo e che un giorno avrebbe portato la guerra nella nostra valle.

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