È questa una rassegna di ciò che “fare l’editore” significhi.

Una rassegna composta proprio da un grande dell’editoria, Valentino Bompiani, che tra i dipinti aneddotici di suoi famosi colleghi e qualche piccolo dettaglio della sua personalissima vita da editore, ci racconta i retroscena della professione.

Una passione per il mondo dei libri che trapela letteralmente da queste pagine, un testo sempre interessante da leggere se si vuole conoscere in modo approfondito la vera essenze del mestiere dell’editore.

 

Gli editori sono abituati a muoversi allo sbaraglio con impudenza e presunzione tra cose più grandi di loro e a prendere il genio sottobraccio come se fossero della partita. […] Destinato a dar vita alle parole altrui, la sua candida vocazione sostitutiva è alla base della scelta editoriale. Si pubblicano i libri che si sarebbe voluto scrivere, per fare, coi libri, un discorso, servendosi di chi lo sa far meglio di noi. Come avrete capito, sto facendo una svagata marcia di avvicinamento a una definizione dell’editore, per scoprire le vere ragioni per le quali un uomo normale, ragionevole, che avrebbe potuto diventare un buon professionista o un commerciante accorto con più facili guadagni, fra tutti i piaceri della giovinezza, preferisca cavarsi gli occhi su una bozza di stampa, che l’umidità rende confusa, alla ricerca di una lettera rovesciata da raddrizzare.

 

“Noi siamo qualche cosa e non siamo tutto. Ciò che dobbiamo essere ci impedisce la conoscenza dei primi principi, i quali nascono dal nulla, e il poco che dobbiamo essere ci nasconde la vista dell’infinito. La nostra intelligenza occupa nell’ordine delle cose intellegibili il medesimo rango del nostro corpo nella distesa della natura”. (Pascal – Pensieri)

 

L’editore è qualche cosa ma subordinata, con una libertà d’azione illusoria, costretto a muoversi entro lo spazio che sta tra l’opera e il tempo cui egli appartiene.

POMBA IL PIEMONTESE

Giuseppe Pomba, rimasto ben presto orfano, abbandona gli studi per gestire la piccola libreria ereditata dal padre. Con i pochi soldi che possiede, acquista una tipografia per creare un’azienda completa. Tra le sue proposte editoriali troviamo trattati scientifici, pedagogici, opere di filosofia e matematica, ma anche ristampe di Omero, Virgilio, Dante, Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Tasso, Manzoni…

La sua vocazione, ci dice Bompiani, è quella di “parlare per mezzo dei libri”.

Tre sono i progetti principali: la “Grande storia di tutte le Nazioni”, confezionato dall’autore Cesare Cantù, la sua “Enciclopedia”, una collezione monumentale, e il “Dizionario della Lingua Italiana”, terminato tre anni dopo la sua morte.

 

Dal punto di vista dell’impegno personale, le opere collettive non sono neutre, al contrario: dalla struttura alla scelta dei collaboratori, vi si trovano le esigenze, le curiosità, l’insoddisfazione e l’orgoglio, i dubbi e le speranze dell’editore.

 

LE MONNIER ERA FRANCESE?

Il francese Le Monnier arriva a Firenze con un grande sogno: conquistare Atene con la libertà di parola, fondando una stamperia con un amico; l’amico però muore e il francese, rimasto a Firenze, inizia a lavorare col tipografo David Passigli. L’inizio della sua fortunata collana è il testo di G.B. Niccolini, l’“Arnaldo da Brescia”, storia sovversiva di un frate che incita ad abolire il potere temporale dei papi.

 

È sorprendente tanto connaturata partecipazione alla storia. Perché accada non bastano le circostanze propizie, ci vuole una cocciuta mescolanza della propria giornata con qualche cosa che la supera perché appartiene agli altri. Allora l’editore diventa uno strumento, un ponte di zattere per arrivare all’altra riva, dove lo attendono le parole.

 

Le Monnier era fedele all’opera degli autori, aveva fiducia nelle parole alle quali riuscì a donare voce.

“Accoglieva tutte le voci che fossero in grado di dire qualcosa, indipendentemente dalla colorazione politica.” (Cosimo Ceccuti)

 

Sono ancora le parole da salvare contro la censura dell’oblio, e questo, in definitiva, è il compito di ogni vero editore.

 

 

LA GENTE ZANICHELLA

Nicola Zanichelli vive nell’Italia liberale, figlio di quegli stessi principi che alimentavano lo spirito patriottico. La sua piccola libreria viene chiusa e lui incarcerato poiché accusato di commerciare libri proibiti. I titoli editi da Zanichelli dimostrano il suo voler mettersi a disposizione della Patria e della Scienza. Opere di matematici, ingegneri, fisici, medici, ma anche di letterati come Pascoli, Stecchetti e Carducci, si mischiano dando vita ad un “incontro di idee e tesi diverse, ma cementate da alcuni punti fermi: liberalismo come conquista; non liberalismo come rinuncia; democrazia come religione; fedeltà alle tradizioni, ma nella prospettiva dello Stato moderno, produttore di civiltà.” (Carducci)

Puntigliosa era l’attenzione che Zanichelli poneva nelle scelte grafiche: carta, caratteri, inchiostro, formato, frontespizio… tutto veniva scelto in modo curato e preciso proprio da lui.

 

Limitato geometricamente, un libro è anzitutto un emblema: richiama un ordine prestabilito, pensato, misurato, e per ciò stesso umano. Entro spazi simili, a misura d’uomo, sono stati fermati tutti i momenti della nostra storia, una colata di fatti, di idee, di parole. Di questa ricchezza alle spalle, ogni pagina è memoria e garanzia. Si trova in natura il ricamo di una foglia o del sole attraverso i rami, si trova un gioiello in un cristallo, in un sasso o in un animale, ma non si troverà mai una pagina di stampa che nelle mani dell’uomo. C’è dunque in quest’arte un elemento unico: la sua origine soltanto umana e la sua destinazione a bene comune.

 

QUANDO SALANI VENDEVA I LIBRI A PESO

Adriano Salani, nato in un’umile famiglia, ben presto diventa apprendista tipografo e, pian piano, diventa uno degli editori più importanti di Firenze. Diventa il simbolo e il punto di riferimento per tutti coloro che, pur semi-analfabeti e con un’istruzione minima, vogliono leggere, diventare qualcuno, proprio come lui.

 

Allora la definizione di editore “fortunato perché privo di cultura” va letta con un altro cifrario; fortunato per aver portato nel suo lavoro tutto se stesso, la natura, la miseria come parentela e la volontà di crescere.

 

I suoi titoli furono tutti educativi, suddivisi a seconda del pubblico a cui erano rivolti: A (adulti), C (cautela), S (per signorine), G (per i giovani), T (per tutti).

 

Una volta Daniele Del Giudice mi ha domandato: “Da editore a editore, passando la mano, ha un consiglio?” Risposta: “Servire qualcuno. Individua chi vuoi servire. Vuoi servire gli intellettuali? I giovani? I tramvieri? Scegli il tuo pubblico e fa’, dei tuoi libri, un servizio.

 

EMILIO TREVES “MILANESE”

Nato a Trieste, inizia ben presto la sua carriera nel mondo editoriale: lavora in tipografie, collabora con diversi giornali e ne lancia di nuove, come ad esempio “Il Corriere di Milano”, anticipatore del “Corriere della Sera”. A Milano crea la sua tipografia: tra i titoli troviamo opere d’arte, storia, scienza e narrativa. Ai libri di alta qualità alterna i libri di consumo, quelli che vendono.

 

L’editore vuole servire la cultura, ma anche l’ufficio commerciale, vuole servire la società seguendone i movimenti e i bisogni, ma non può dimenticare che i mutamenti maggiori li provocano non i fatti bensì le idee, le quali, quando si mostrano, sembrano fuori tempo perché sono in anticipo, cioè richiedono quei tempi lunghi che alle banche non piacciono.

 

Collabora con D’Annunzio, col quale ebbe anche una grave rottura a causa delle pretese economiche dello scrittore, ma alla fine l’editore “si è arreso al genio”, comprando tutte le opere, anche quelle dapprima rifiutate. Morto Treves, la casa editrice viene rilevata da Aldo Garzanti.

IL CAVALIER SANSONI FIORENTINO

Inizia a pubblicare pochi titoli “a spese di alcuni amici”, per poi lanciarsi in un’impresa grandiosa, scegliendo accuratamente i libri che riescano a dare un’identità “culturale e spirituale della città, collegandola alle altre regioni italiane in conformità agli ideali del Risorgimento”.

 

È difficile che un editore possa passare ai successori l’estro individuale, ma può passare la coscienza, e così è stato. I miracoli editoriali sono certamente dovuti a eccezionale capacità operativa, ma, come accade nei miracoli, sono dovuti in primo luogo alla fede nell’uomo.

 

La casa editrice passa dapprima nelle mani di Guido Biagi, dopodiché a Giovanni Gentile e ai figli Federico e Fortunato. “Ai mille titoli dei primi cinquant’anni ne sono seguiti quattromila, scelti e pubblicati con amore, con coraggio e con rigore.

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