Cari autori emergenti, siete mai arrivati al punto di chiedervi perché il vostro libro non ha il successo che merita?

In fondo ci sono così tanti autori che vengono pubblicati, ma che non meriterebbero nemmeno di essere nominati…

Insomma, quante volte vi sarà capitato di ricevere risposte negative da parte delle case editrici, magari senza nemmeno tante spiegazioni, finendo col domandarvi se il valore di ciò che scrivete è reale o solo nella vostra testa?

Oggi voglio darvi una risposta, una di quelle risposte che magari non avete ricevuto dopo aver inviato il vostro manoscritto.

Probabilmente non riuscirò a dare una logica a tutte le risposte negative o alle non risposte, ma il mio intento è quello di mostrarvi un altro punto di vista.

Questo punto di vista è quello degli editori: partiamo dal presupposto che ogni editore è il primissimo lettore del vostro testo (chiamiamolo testo, ancora non è un libro!), un lettore molto critico, ma quale lettore non lo è? A maggior ragione lo sarà lui, colui che è chiamato ad essere, oltre che lettore, anche fautore del vostro testo, la persona (o il gruppo di persone) che daranno vita al vostro libro.

Per fare questo però, poiché ovviamente si parla di fette di mercato (più vaste possibili) da soddisfare, il libro deve convincerlo.

E non venite a raccontarmi che voi non volete essere degli scrittori commerciali, ma il vostro intento è quello di raggiungere pochi eletti che riescono a comprendere il significato profondo dei concetti nascosti tra le vostre perifrasi e metafore, degli scrittori d’avanguardia o attenti al pubblico di nicchia, che disprezzano tutto ciò che si vende in modo facile…

Magari ci credo anche, ma il punto è che agli editori non gliene frega niente!

Loro vogliono vendere!

Ci mettono dei soldi, del tempo…

Per voi è passione, per loro è lavoro.

Non si vive di aria, non si fa la spesa con la passione.

Dopo aver chiarito questo punto (che non vuol dire che il libro non deve innanzitutto piacere a questi editori), passiamo al successivo: ogni casa editrice, oltre a perseguire giustamente il risultato economico, ha un altro obiettivo altrettanto fondamentale: costruire e mantenere la sua identità, svilupparla e crearsi un pubblico che si rispecchi in quello che viene chiamato “programma editoriale”.

Ogni casa editrice può perseguirne uno o più, a seconda delle dimensioni e delle ideologie dominanti (ideologie intese come valori portanti, ad esempio è ideologia quella di diffondere il più possibile la cultura, piuttosto che rivolgersi ad una certa élite di lettori).

Possiamo avere una collana dei grandi classici, una che raccoglie il pensiero filosofico o politico di grandi personalità, una collana che racchiude le tappe fondamentali di un certo movimento letterario o storico, e così via.

Più una casa editrice ha un’identità sfumata, non definita, e un pubblico generalizzato, più accetterà qualsiasi tipologia di testo, più questo testo avrà possibilità minime di diffondersi tra un certo tipo di pubblico.

Mi spiego meglio: se nella mia collana non seguo una certa linea, il mio pubblico sarà sì variegato, ma molto più casuale rispetto ad una collana che magari potrà interessare ad una determinata nicchia, ma avere comunque lettori assidui che mai e poi mai si perderebbero uno di quei libri.

Se creo una collana in cui inserisco autori classici, autori sperimentali, testi che trattano di problematiche sociali o di tematiche più leggere, molto probabilmente un lettore comprerà uno o due libri della collana a cui è interessato, tralasciando tutti gli altri 98.

Quindi, per tornare alla questione iniziale, non disperate se il vostro testo non viene accettato dalle case editrici, che spesso e volentieri sono costrette a creare giri di parole e motivazioni non propriamente in linea con quelle che sono le caratteristiche del manoscritto.

Magari la ragione è che in quel preciso momento la vostra opera non rientra nei canoni alla base dell’ideologia che porta avanti la casa editrice.

Insomma, non sempre la scelta (negativa o positiva che sia) trova le sue ragioni nel valore del testo.

Chiudo con il lasciarvi una domanda un po’ provocatoria messa in luce da Alberto Cadioli: se gli editori avessero pubblicato e sostenuto altri scrittori e altri testi, la mappa della letteratura del Novecento sarebbe oggi diversa?

Se Fortini sottolinea l’importanza di interrogarsi sulla struttura della società letteraria che promuove certi autori piuttosto che altri, Giulio Ferroni parla di “angoscia della quantità”, concludendo con l’affermare che la critica non è più in grado di discriminare adeguatamente entro la produzione letteraria contemporanea e quindi chissà quali testi di qualità non hanno avuto letture di rilievo.

Aspetto vostri pareri in merito!

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata