Virginia Woolf nasce a Londra nel 1882; la famiglia risulta essere molto numerosa: i genitori, infatti, arrivano entrambi da due matrimoni precedenti, dunque Virginia acquisisce diversi fratellastri e sorellastre. Tutti i figli vengono educati in un ambiente letterario colto e colmo di stimoli. Virginia però, come da prassi, non frequentò alcun istituto: venne infatti educata privatamente dalla madre, la quale le insegnò francese e latino.

Fin da giovane dimostra la sua passione per la letteratura e le sue spiccate doti di artista: insieme al fratello Thoby, infatti, creano una sorta di diario familiare in cui raccontano storie da loro inventate.

Purtroppo cominciano i primi lutti: quando Virginia ha solamente 13 anni, la madre muore; il padre decide allora di vendere la casa tanto amata dalla ragazza; poco dopo moriranno anche la sorellastra Stella e il padre stesso. E’ tutto ciò che porta Virginia al primo crollo psicologico (probabilmente il disturbo di cui soffriva oggi verrebbe diagnosticato come bipolare).

A questo punto, insieme all’altra sorella, si trasferisce a Bloomsbury, dove creano il circolo intellettuale “Bloomsbury Group”; una particolarità di questo circolo letterario furono le “serate del giovedì”, momenti di incontro e scambio di idee e riflessioni su argomenti vari, quali arte e letteratura, ma anche politica.

Inizia quindi a scrivere e a conoscere personalità di spicco della società letteraria. Nel 1912 sposa Leonard Woolf, al quale fu legata da un rapporto sentimentale ed intellettuale molto profondo.

L’attività culturale prosegue con vigore, ma il fervore dura poco: dopo aver pubblicato il suo primo libro,  La crociera, Virginia tenta il suicidio. Leonard, marito devoto e paziente, cercò sempre di starle vicino, supportandola in quella che era la sua passione: le propone dunque di fondare una casa editrice, la Hogarth Press, la quale peraltro, oltre a far conoscere scrittori emergenti, pubblicherà grandi titoli di autori del calibro di Svevo, Eliot, James Joyce, Freud, Tolstoj.

Le sue pubblicazioni proseguono: nel 1919 viene edito il suo secondo romanzo, Notte e giorno. Qualche anno dopo pubblica La camera di Jacob, racconto impressionista che manca di una struttura rigidamente impostata: il libro è accolto positivamente proprio perché percepito in grado di rompere con il tradizionale romanzo psicologico.

E’ proprio questa una delle caratteristiche peculiari della sua scrittura: Virginia tenta di inseguire il filo delle percezioni e delle sensazioni, un’altalena di emozioni, un ritmo per nulla cadenzato sulle note della razionalità, un costante monologo interiore che presenta al lettore i segreti più intimamente nascosti dei suoi protagonisti.

Probabilmente il suo romanzo più famoso, ed esempio tipico del suo modo di scrivere, è  La signora Dalloway, un duetto di voci appartenenti a Clarissa Dalloway e a Septimus Warren Smith, alter ego maschile della prima, che indirettamente coinvolgono il lettore nella loro giornata.

Un’altra opera importante, questa volta una biografia di un personaggio androgino, Orlando, in realtà rappresenta un poema d’amore indirizzato alla scrittrice Vita Sackville-West,  sua amante del periodo. Anche in Una stanza tutta per sé esprime il suo convinto femminismo, denunciando la follia della marginalizzazione delle donne scrittrici nel panorama culturale, da sempre maschilista.

Il male di vivere che la tormentava torna con più forza, aggravatosi per una serie di circostanze, private e generali: Vita Sackville-West è ormai lontana, uno dei suoi nipoti viene ucciso durante la guerra civile in Spagna, sulla scena si affacciano gli orrori del nazismo e la preoccupazione per Leonard, di origine ebree, non fa che acuire la sua depressione.

Anche nella sua scrittura ritroviamo elementi cupi e ossessivi, come nell’opera Le onde, dove i riferimenti a morte, dolore e solitudine scandiscono le pagine della scrittrice.

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V.

Così Virginia Woolf saluterà il marito.

Un biglietto sulla mensola del camino.

Un addio straziante.

Un dolore immenso, la consapevolezza della cattiveria del mondo, un male di vive incurabile, che tanti ha portato via.

Così viene portata via anche Virginia.

Portata via dall’acqua.

Delle pietre nelle tasche.

E’ così che decide di togliersi la vita.

La morte, “l’unica esperienza che non descriverò mai” dice l’autrice.

Una personalità forse troppo sensibile, divorata dall’interno.

Un’intelligenza fuori dal normale, che la portò a porsi domande a cui dare una risposta era probabilmente impossibile.

L’unica cosa che riusciva a darle pace, una seppur breve pace, era la scrittura.

Scrivere le donava di nuovo quella voglia di vivere, sempre troppo poco presente.

Leggere e scrivere erano le uniche gioie in una vita di apparenze e drammi.

L’unico appiglio a cui aggrapparsi, i libri.

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