[Tratto da “Coaching”]   

 

Dal momento che la fiducia nelle proprie capacità è la chiave per portare alla luce le potenzialità e migliorare la performance, è di vitale importanza saper ricostruire la storia dei nostri successi: non c’è nulla, infatti, che garantisca il successo come il successo stesso.

Spesso sembra che i coach abbiano quasi paura di sospingere l’allievo ad ambire al successo perché temono di apparire aggressivi. Comunque sia, un’applicazione del coaching in cui l’allievo non riconosca il proprio successo non farà che ridurre ulteriormente la sua fiducia in se stesso, risultando in questo modo deleteria rispetto all’obiettivo primario del coaching stesso.

Affinché una persona costruisca la propria fiducia in se stessa è necessario, oltre ad accumulare vittorie, che capisca che il suo successo è il risultato dell’impegno profuso. Deve altresì sapere che gli altri le danno pieno credito, e questo significa sentirsi degni di fiducia, liberi, incoraggiati e sostenuti nel momento in cui si deve scegliere e decidere. Significa sentirsi trattati da pari a pari, anche se la mansione che si svolge è etichettata con un grado inferiore. Significa essere trattati senza atteggiamenti paternalistici, senza che ci si senta in balia dell’istruttore o, peggio ancora, ignorati, biasimati, minacciati o denigrati nelle parole o nei fatti.

Ogni intervento del coaching ha invece come obiettivo, determinate e onnipresente, la creazione nell’altro della fiducia in se stesso, indipendentemente dal problema specifico che viene affrontato o dall’azione che si dovrà intraprendere.

Non intendiamo, dunque, semplicemente una tecnica da applicare estemporaneamente e rigidamente in circostante specifiche: si tratta piuttosto di un modo di dirigere e trattare le persone, un modo di pensare, e quindi anche un modo di essere.

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