[Passo tratto dal commovente romanzo “Mio fratello rincorre i dinosauri”]

 

Al secondo anno di asilo, l’anno dell’invenzione del carrello-navetta, Giovanni cominciò a dire parole sensate, a parlare meglio e a eliminare i famosi buciugheghè. Io mi convinsi che non poteva essere una coincidenza: sicuramente nella mezz’ora in cui prima usciva dalla classe per avviarsi alla mensa, bè ecco, proprio in quella mezz’ora, in classe, accadevano cose straordinarie che permettevano ai bambini di imparare a parlare in modo comprensibile.

Quello che invece non accadde è che si lasciasse convincere a partecipare alle recite. Gio era terrorizzato dalle recite, che sono uno dei cardini educativi negli anni della scuola materna. Era terrorizzato dagli spettacoli e soprattutto dal loro pubblico, quella massa gorgogliante di genitori, nonni e fratelli armati di videocamere e telefonini. Non c’era modo di convincerlo a cantare le canzoni insieme ai compagni e quand’era sul palco, a un certo punto, finiva sempre per scappare provocando grande scompiglio, facendo piangere le bambine e, con disappunto di genitori, nonni e fratelli, interrompendo la recita che la classe intera aveva a lungo preparato.

Una volta sola le maestre riuscirono a convincerlo a stare seduto, immobile in ultima fila. Il compromesso raggiunto – così ci parve di intuire – era questo: aveva il diritto di stare zitto e non cantare in cambio dell’impegno a non fuggire. Gio non andava ancora alle elementari che patteggiava già come un broker di Wall Street. Ha sempre avuto un sesto senso per il business.

Ricordo che prima della recita le maestre ci presero da parte, noi Mazzariol – mamma, papà, Chiara, Alice e il sottoscritto – e ci parlarono come in una specie di riunione segreta, un misto tra il time out del basket e quei rituali di gruppo dove prima si uniscono le mani al centro e dopo le si alzano al cielo urlando slogan e inni. Dissero: – Guardate, ci abbiamo messo una vita a convincerlo. Ora, per favore, – e mentre lo dicevano, giuro, avevano le lacrime agli occhi, – andate a sedervi in mezzo, confusi tra gli altri parenti e assolutamente, assolutamente, non salutate e non fatevi riconoscere. Perché altrimenti, e lo sapete, appena vi vede scatta in piedi per raggiungervi e non lo convinciamo più a tornare sul palco. Ci siamo capiti?

Annuimmo in religioso e militaresco silenzio.

– Saremo invisibili, – disse papà.

Facemmo come avevano detto le maestre; andammo a sederci proprio al centro della sala, nascosti nella massa. Tutti tranne papà, che all’epoca aveva ‘sta pancia tipo quinto mese di gravidanza, e se si fosse ficcato lì in mezzo finiva che non sarebbe più riuscito a uscirne senza far alzare la fila intera, e Gio lo avrebbe visto. Così ci disse di andare noi, lui preferiva restare in fondo, o di lato. Lo vedemmo allontanarsi vita, vestito di arancione e in bermuda.

Insomma, ad un certo punto i bambini entrarono dalla porta laterale e si schierarono sul palco. Gio, ignaro delle strategie pianificate alle sue spalle, andò a sedersi in ultima fila, come gli era stato detto.

La recita ebbe inizio. Noi tenevano gli occhi fissi su Giovanni, trattenendo il respiro, e lui intanto si guardava attorno perso in qualche pensiero misterioso. Tutto stava andando per il meglio. Le canzoni s’inanellavano una all’altra, eravamo ormai alla quinta o alla sesta e non c’era stato alcun intoppo quando, durante un ritornello, come attratto da una radiazione, senza motivo, Gio sollevò lo sguardo e, nemmeno avesse indossato un visore a raggi X, penetrò con gli occhi tra le teste dei genitori, dei nonni e dei fratelli: e mi vide.

Io, ormai, ero convinto di essere invisibile, non ero troppo attento: mi prese di sorpresa. Mi vide e mi agganciò con quei suoi occhi venusiani e… accidenti, non fui capace di resistere: sollevai la mano e gli mostrai il pollice. Tutto qui. Solo il pollice. Non volevo salutarlo. Volevo incoraggiarli, dire tutto occhei, continua  così che vai alla grande.

Niente.

Non feci neppure in tempo a riabbassarla, la mano, che lui si alzò e partì a mille verso di noi. Appena lo vidi scavalcare la prima fila di compagni intenti a cantare la loro canzone e a ciondolare come di solito ciondolano i bambini mentre cantano, le mani giunte dietro la schiena, lo sguardo innocente e rapito, appena lo vidi partire alla carica compresi quello che avevo fatto.

Gio, che ora aveva smesso di strisciare e gattonare, cominciò a scavalcare le persone con quella che potremmo definire una specie di camminata-corsa-capriola, tutto insieme. La folla si aprì, la gente si alzò, le sedie si spostarono. Mosè liberato dalla schiavitù della recita corse verso la sua famiglia e, mentre piombava su di noi per abbracciarci, – e mentre noi, di rimando, imbarazzati e commossi, ci stringevamo a lui e gli uni agli altri – si levò dal palco un canto solenne.

Con la coda dell’occhio mi accorsi che ci guardavano tutti. Qualcuno smise persino di riprendere i figli e rivolse la telecamera verso di noi. Una signora anziana si portò le mani al petto e tirò fuori un fazzoletto con cui asciugarsi gli occhi. Io volevo sprofondare e non riemergere mai più, mi sentivo soffocare dall’imbarazzo. Fu in quel momento che papà s’accorse di quanto era successo e si avventò anche lui sulla folla, e facendo, se possibile, più danni del figlio, ci raggiunse e ci crollò addosso come una slavina.

La recita terminò. Subito dopo il primo giro di applausi, i bambini, ispirati da Gio e presa da un forte slancio d’amore, corsero ad abbracciare ciascuno i propri genitori come se non li vedessero da anni. Fu così che per colpa nostra – o se volete per colpa mia – lo spettacolo si concluse in una catarsi collettiva, bagnata di fiumi di lacrime.

Non credo ci rimetterò mai piede, in quell’asilo.

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